Pioggia d’estate

Un’altra pioggia, un’altra estate, un altro vento,

Guardo di soppiatto le tue mani in movimento.

Un’altra sigaretta spenta sulle mie incertezze,

Un bacio fresco e pronto a dissipare le amarezze.

Un altro giorno corre verso il solito finale,

Ma un temporale estivo gioca sporco a rallentare il sole.

Vince la sua mano con poker di grigi e scala di tuoni

E tu che sembri assorto ad ascoltare vecchi suoni.

Le mani in movimento si fermano all’istante 

Mi abbracci forte eppure non sei mai stato sì distante.

Di colpo mi allontano per scavare nei tuoi occhi

Vorrei trovarci amore e invece scorgo nuovi blocchi.

La pioggia che continua sembra non voler finire

Mi alzo dal tuo abbraccio solamente per capire.

Allora le tue braccia mi stringono di più 

Dici: “É solo pioggia, amore, e poi mi mancavi tu!”

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The never-ending why


https://youtu.be/3CUxVbcZdOg

Time will help you through

But it doesn’t have the time

To give you all the answers to the never-ending why

Punti di domanda così grandi da riempire il cielo

E noi così piccoli visti dall’alto, ma anche a figura intera

Ci incazziamo per la macchina che non parte 

Senza girarci a guardare il paesaggio 

Senza respirare quando serve e quanto serve

Senza dire grazie ad un cielo che resta con noi nel sole e nella pioggia

Resta lì nonostante gli acquazzoni, i tornado e i nubifragi

Nonostante le polveri sottili e le piogge acide 

Resta lì senza rispondere ai nostri infiniti perché 

Eppure resta lì 

a ricordarci l’infinito,

Nonostante noi

Stanca

Stanca di essere uguale a me stessa
Mi avventuro incauta per delle vie che non conosco.
E intanto mi stupisco di questo gelido Aprile
e di questo vento bastardo che
se solo vuole può graffiarti il viso.

Stanca di essere uguale a me stessa
Abbandono quel forzato sorriso
E mi siedo un poco a guardare le nuvole
E le scie degli aerei
Indovinando le rotte

Come facevo con te
Nelle sere d’Agosto
Quando ancora gioivo
Nell’essere me.
 

Total eclypse

  Vedo solo una serie interminabile di puntini da unire,
laddove Tu vedi già un bellissimo disegno.

Mi devo fidare, hai detto.

Eppure gli spazi tra i puntini si allargano ed io, senza mappe né bussole, non riesco a seguire la numerazione.

Devo saper aspettare, hai risposto.

Sì, d’accordo, ma già che ci sei fammi un favore: prova ad alzare questa pesante coltre di cinismo e vedi un pò se là sotto batte ancora un cuore.

Once upon a time I was falling in love

But now I’m only falling apart

And there’s nothing I can do

A total eclipse of the heart

La mia generazione

La mia generazione non ha coraggio.

Non sfila, non si indigna, ma gioca e cazzeggia.

La mia generazione non urla.

Non chiede di più, è rassegnata al meno e del meno si accontenta.

La mia generazione non ama.

Whatsappa, usa tinder, usa persone, usa la rete, cade nella rete, vittima com’è di se stessa e delle sue stesse trappole.

La mia generazione paga.

I debiti di altri, le colpe dei padri, gli errori del passato.

La mia generazione è finta.

Cibo finto, ciglia finte, tette finte, culi finti, sorrisi finti.

La mia generazione è una generalizzazione e come diceva Dumas

“Tutte le generalizzazioni sono pericolose, perfino questa”.

Come congiuntivi nella testa di un calciatore

Non sapevano dove si trovassero né come ci fossero finiti, né, tantomeno, se fosse quello il posto giusto per loro o se si trattasse di un mero errore, di una temporanea, quanto strampalata collocazione. 

Eppure quando uscirono fuori ebbero l’assoluta certezza di non essere lì per caso, ma per travolgere tutti gli astanti di stupore e meraviglia.

E così compresero perché certi ritrovi, specie quelli dove si danno appuntamento tutti i pregiudizi, vengono chiamati luoghi comuni.

Sorelle calabre

  

Mi chiedo spesso come saranno le telefonate tra me e mia sorella tra qualche anno, quando lei si sarà sposata e, per forza di cose, saremo costrette ad usare il maledetto telefono come mezzo di comunicazione. 

Me lo domando, soprattutto, quando -non per mia volontà, ma per ragioni che hanno a che fare con l’acustica e i decibel- mi trovo malauguratamente ad ascoltare una conversazione telefonica tra mia madre e una delle sue sorelle. 

Ora, dovete sapere che mia madre, trapiantata a Roma da quasi trentanove anni, non ha mai rinunciato al dialetto calabrese, pur avendo tre figlie romanacce, un marito cresciuto a Roma e, pertanto, di madrelingua italian-romanesca e, soprattutto, nonostante abbia insegnato per più di trent’anni a bambini di scuola elementare che -sia che lei insegnasse in borgata che ai Parioli- le si sono sempre rivolti con “A maé!”, hanno sempre scritto tera anziché terra e l’hanno sempre presa in giro per pronunciare le t come le d (cosa che a volte produceva immancabili errori anche nei dettati o meglio deddadi). 

Pertanto, sentire mia madre parlare in dialetto stretto per me non é certo una novità, ma quello che ancora riesce a sconvolgermi é che  le conversazioni telefoniche tra mia madre e le mie zie  seguano sempre lo stesso schema invariato da anni e tocchino principalmente e in ordine categorico i seguenti argomenti: faccende domestiche, figli e morti. 

– oh ti disturbo, chi stavasi facennù?

-Nente, no, stavu lavannu ‘nderra..

-ti c’abbacava moh, sembre ca ti piddjasi impicci stupidi…tu u’ facera vide je com’è ridotta casa mia, solo di pruvula…

Sorvolando il fatto che dopo quasi quarant’anni di onorato matrimonio mio padre non sia ancora riuscito a capire che la pruvula é la polvere e non un formaggio, la suddetta telefonata continua, quasi sempre, come ho già detto, con le vicendevoli lamentele sui rispettivi pargoli ( trattati come tali anche se il più piccolo di noi ha quasi ventisette anni) e, infine, con l’elenco intervallato da vari uamba! (=oh cazzo! Ndr – nota da romanaccia) dei compaesani che sono volati tra le braccia del Creatore. 

Immancabilmente la conversazione si chiude bruscamente con mia zia -la stessa che rimproverava mia madre per darsi troppo da fare in casa- che deve scappare perché deve ancora andare a sciacquare le tende, sbattere i tappeti, spolverare i lampadari, lavare il terrazzo, pulire il forno a microonde, cucinare i cavateddri, preparati all’alba e sono già le 7.00. 

Già le 7.00. 

Di Domenica mattina. 

Onde per cui madre calabra, appena attacca la cornetta viene presa dai sensi di colpa e si catapulta nelle stanze per vedere se per caso ha interrotto involontariamente i dolci sogni di qualcuno. 

A quel punto colta da amorevole pietà e senso materno, ti rivolge uno sguardo pieno di affetto e ti fa:

T’aggiu svegliato?

Eh! 

‘U voi portatu ‘u café?

-Magari!

-In cucina ce n’é rimastu nu’ picchi

– Va bene!

– Jé friddu…

-Va bene lo stesso! 

-E vatelu pigghia!

DAMNATIO MEMORIAE

28aprile2016

Happy Birthday to me, goodbye to you.

Our time and space was beautiful, even if it has ended, even if it will never be the same; the universe is a strange place. In the end, I’m just thankful to have shared anything with you, for any time at all.

Sometimes you will never know the value of a moment until it becomes a memory.

uaresovain

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Io ci ho provato a dimenticarti, davvero, ci ho provato credimi. Ho chiesto aiuto a Dio, a tuo padre, alle stelle e alla luna. Ho messo in moto tutta una serie di riti per procedere alla tua Damnatio Memoriae. Era il 20 agosto e avevo ben fisse nella mente le parole che mi aveva rivolto e in un certo senso “regalato” quello scrittore. “Chi ha imparato a fare a meno di noi non è per noi” aveva detto. Ed improvvisamente era come se la porta della consapevolezza si fosse aperta in angolo della mia mente. Una porta spalancata su uno specchio d’acqua limpidissimo in cui non c’era riflessa la tua immagine, nè quella di nessun altro. Mi chiamava, mi attirava a sè e mi invitava a bere e a bagnarmi come se si trattasse di un battesimo o di un’iniziazione.
Così quella sera avevo preso il tuo hd, che avevi…

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