Attenti ai sogni 2

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Lui girava per le strade fischiettando una canzone d’altri tempi.
Il cappello sceso sopra gli occhi e l’aria di chi ne ha viste molte, ma non abbastanza.
Dava i calci ai sassi che incontrava sulla via e ad ogni calcio esprimeva un desiderio. Per ogni desiderio tirava fuori un sogno dalle tasche e per ogni sogno un sospiro lungo e pensoso.
Lei camminava ondeggiando, facendo svolazzare leggermente la sua gonna a ruota. Ad ogni passo sorrideva di più, un sorriso ampio e generoso su quella bocca che pareva disegnata, sulle labbra un rossetto rosso brillante che si intonava con il mondo.
Si caddero addosso per una distrazione o forse per destino in un soleggiato mattino di settembre.
Prima di baciarsi lui sospirò e lei gli sorrise. Nei loro sguardi la stessa domanda: quando e dove si erano già visti?

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Stronze si nasce, sfigate si diventa!

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Da bambina ero una stronza da manuale. Non so se son stati i grandi amori naufragati, quelli che neanche son partiti o le batoste forti come le cadute in testa di un albero maestro, a far affondare come il Titanic la mia autostima e quel sano “tirarsela un po’”, atavicamente connaturato all’essere donna, ma di una cosa son certa: da bambina ero una che ti faceva calare i calzoncini. Letteralmente.

Quando ero piccola io, non c’erano tante distrazioni tecnologiche.
Il massimo della vita era il Cosmic Causeway sul Commodore, fighissimo, peraltro, ma quello, comunque, é arrivato dopo.

L’età in cui ero una stronzetta in erba é un po’ precedente.

C’era un gruppetto di coetanei, tutti di non più di 4-5 anni, con cui in giardino si giocava all’acchiapparella, all’epoca meglio conosciuto come l’acchiappafemmine, a Lupomangiafrutta e a Stregamangiacolor.
Poi c’erano i giochi un po’ più pericolosi, tipo la capriola all’indietro appesi alle sbarre (che in realtà era il giro della morte), il salto all’isoletta, che altro non era che un’aiuola separata da quasi un metro di vuoto dal giardino, e le discese con la Bmx dritti a schiantarsi contro la serranda del Garage.

Durante tutte le nostre scorribande, però, c’era una regola pacifica. Se scappava la pipì non si tornava a casa, ma la si faceva “dietro la montagnetta” le femmine da una parte, i maschi dall’altra.

Fino a quando ci arrivò “la proposta”.
Un angelo biondo di 5 anni si fece portavoce dell’audace richiesta di un nutrito gruppo di ragazzini e con una voce candida come il bucato lavato col Dixan ci disse: “Se noi vi facciamo vedere il pisellino, voi ci fate vedere la patatina?”.

Ricordo che le mie compagne di giochi scapparono inorridite di fronte a tanto ardire, manco stessimo giocando all’acchiappafemmine, mentre io, mossa ancora non so da quale coraggio, ma molto più probabilmente da tanta curiosità, mi incamminai fiera e baldanzosa verso la montagnetta, seguita da quel nugolo di bimbetti trionfanti.

“Prima voi!” esclamai con fare sicuro. E dopo averli esaminati ad uno ad uno con smaliziata e divertita meraviglia, mentre gli avventurosi maschietti con le brache calate cominciavano a urlare “Ora tocca a te!”, feci una smorfia sprezzante, mi voltai e me ne andai.
Con noncuranza e con l’aria di chi ha appena deciso che il gioco non vale la candela.

Ecco, ora, per favore riportatemi lì.
Ai veri tempi del Girl Power e del Ce l’ho d’oro.

Sorelle calabre

  

Mi chiedo spesso come saranno le telefonate tra me e mia sorella tra qualche anno, quando lei si sarà sposata e, per forza di cose, saremo costrette ad usare il maledetto telefono come mezzo di comunicazione. 

Me lo domando, soprattutto, quando -non per mia volontà, ma per ragioni che hanno a che fare con l’acustica e i decibel- mi trovo malauguratamente ad ascoltare una conversazione telefonica tra mia madre e una delle sue sorelle. 

Ora, dovete sapere che mia madre, trapiantata a Roma da quasi trentanove anni, non ha mai rinunciato al dialetto calabrese, pur avendo tre figlie romanacce, un marito cresciuto a Roma e, pertanto, di madrelingua italian-romanesca e, soprattutto, nonostante abbia insegnato per più di trent’anni a bambini di scuola elementare che -sia che lei insegnasse in borgata che ai Parioli- le si sono sempre rivolti con “A maé!”, hanno sempre scritto tera anziché terra e l’hanno sempre presa in giro per pronunciare le t come le d (cosa che a volte produceva immancabili errori anche nei dettati o meglio deddadi). 

Pertanto, sentire mia madre parlare in dialetto stretto per me non é certo una novità, ma quello che ancora riesce a sconvolgermi é che  le conversazioni telefoniche tra mia madre e le mie zie  seguano sempre lo stesso schema invariato da anni e tocchino principalmente e in ordine categorico i seguenti argomenti: faccende domestiche, figli e morti. 

– oh ti disturbo, chi stavasi facennù?

-Nente, no, stavu lavannu ‘nderra..

-ti c’abbacava moh, sembre ca ti piddjasi impicci stupidi…tu u’ facera vide je com’è ridotta casa mia, solo di pruvula…

Sorvolando il fatto che dopo quasi quarant’anni di onorato matrimonio mio padre non sia ancora riuscito a capire che la pruvula é la polvere e non un formaggio, la suddetta telefonata continua, quasi sempre, come ho già detto, con le vicendevoli lamentele sui rispettivi pargoli ( trattati come tali anche se il più piccolo di noi ha quasi ventisette anni) e, infine, con l’elenco intervallato da vari uamba! (=oh cazzo! Ndr – nota da romanaccia) dei compaesani che sono volati tra le braccia del Creatore. 

Immancabilmente la conversazione si chiude bruscamente con mia zia -la stessa che rimproverava mia madre per darsi troppo da fare in casa- che deve scappare perché deve ancora andare a sciacquare le tende, sbattere i tappeti, spolverare i lampadari, lavare il terrazzo, pulire il forno a microonde, cucinare i cavateddri, preparati all’alba e sono già le 7.00. 

Già le 7.00. 

Di Domenica mattina. 

Onde per cui madre calabra, appena attacca la cornetta viene presa dai sensi di colpa e si catapulta nelle stanze per vedere se per caso ha interrotto involontariamente i dolci sogni di qualcuno. 

A quel punto colta da amorevole pietà e senso materno, ti rivolge uno sguardo pieno di affetto e ti fa:

T’aggiu svegliato?

Eh! 

‘U voi portatu ‘u café?

-Magari!

-In cucina ce n’é rimastu nu’ picchi

– Va bene!

– Jé friddu…

-Va bene lo stesso! 

-E vatelu pigghia!

Autoreblog: L’amore ai tempi di Internet

chat_1Ho sempre trovato abbastanza stupido rebloggarsi da soli (lungi da me offendere chi lo fa, ovviamente parlo per me!), ma oggi ho letto già un paio di articoli molto belli (seppur altrettanto diversi) che parlano di relazioni virtuali (Avvocatolo – L’amore ai tempi della collera e Vittorio Tatti – A spasso nel tempo) e mi é venuto in mente questo post.

É uno dei primi che ho scritto su WP e parla di come é cominciata la storia tra me e Mr. Vain. L’incontro “reale” é avvenuto dopo poche settimane. 

Ho un carattere troppo impaziente e diffidente per riuscire a tirare per le lunghe una storia nata sul web, ma più frequento WP e leggo le vostre storie e più mi rendo conto di come sia a volte labile il confine tra virtuale e reale, soprattutto quando si parla di sentimenti. 

E niente (che fa molto slang da quindicenne) mi é venuta voglia di rebloggare questo post. Lo dedico a tutte le persone diffidenti come me, perché sappiano che, al di là di ogni mia previsione, da quella che era solo una conoscenza virtuale é nato l’Amore più che reale per Mr. Vain, quello che considero ancora l’amore della mia vita e che é ancora lì, un pò ammaccato, ma bello saldo, nel mio cuore. 

Spero che magari leggendolo qualcuno si decida a chiudere pc, smartphone, tablet e chi più ne ha più ne metta e a fare un passo o un salto al di là del virtuale. Perché virtuale é bello, ma come già saprete, reale é meglio!

L’amore ai tempi di Internet – Due solitudini si attraggono: Tu chi sei?

Ps. per i più curiosi, che vogliono sapere cos’è successo dopo, linko anche Il primo appuntamento, che in realtà parla del momento immediatamente precedente al primo appuntamento…e sono un pò leopardiana celosò, ma non é forse vero che l’attesa aumenta il desiderio?

La risposta non era 42

 Non sapevo come risponderti quando mi hai chiesto cosa dovevi fare per riconquistare la mia fiducia. Eppure, a poco a poco, lo hai fatto. Forse è stato il giorno in cui mi hai presentato tua madre. 

Stare insieme quasi un anno e non conoscere i rispettivi genitori può  essere un pò bislacco, se ci si vede tutti i giorni, ma c’è mai stato qualcosa di “normale” nella nostra storia? Pensare che tu dopo quasi dieci anni, i miei non li hai ancora conosciuti, e che a casa mia ci hai messo piede per la prima volta, tre anni fa. 

D’altronde, io non sono mai stata una grande sostenitrice delle presentazioni in famiglia. Tutt’altro. 

Quando la famiglia del malcapitato che ha raccolto i miei pezzi dopo di te, mi ha portato un giorno, a mia insaputa, a scegliere i mobili di casa loro, anche per dare un’occhiata ai mobili di una futura casa nostra, ricordo che sarei voluta scappare all’altro capo della terra. 

E questo avveniva dopo solo tre mesi di storia. Certo, la famiglia del Sud del mio ex era una perfetta (mica tanto!) famiglia del Sud e magari per loro (per alcuni, figuriamoci se da figlia di meridionali mi metto a generalizzare, facendo la leghista della situazione!) è anche normale amministrazione, ma per me no, col cavolo! 

Io che sono da sempre abituata alle relazioni-yogurt, quelle che riportano in chiaro la breve scadenza stampigliata su fin dall’inizio, figuriamoci se dopo tre mesi sto lì a pensare ai mobili di casa. 

Solitamente io dopo tre mesi mi sto già domandando quanto ci rimane ancora, come quando ti diagnosticano una brutta malattia. 

Ma questa è un’altra storia. 

Non ricordo che giorno fosse e nemmeno l’anno, ma deve essere stato quando mi hai presentato tua madre. 

É stato inaspettato, eppure non ho dato di matto, come mio solito in queste occasioni, nemmeno quando lei mi ha abbracciato e detto che era da tanto che voleva conoscermi, il tutto sotto il tuo sguardo tra il preoccupato e il minaccioso. 

E da quel giorno sono iniziate le serate pizza e film, quando tua madre non insisteva per prepararci la cena. E ti giuro, che io non ci credevo che potesse esistere qualcosa di più intimo dei nostri scambi di pelle, eppure esisteva. Pizza e film. 

Strano eh? Ci avresti mai pensato? Tua madre, pizza e film erano “la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”.

Vi regalo una fiaba strana

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Non pensavo che l’avrei mai condivisa. Questa fiaba, Vi avverto, non è niente di ché.

L’avvertenza è d’obbligo, perchè mi rendo conto che in questi giorni di festa il tempo è più prezioso e bisogna scegliere accuratamente come usarlo.

Allora, Ve lo ripeto, e non per finta modestia, questa fiaba è lunghetta e non è niente di ché. Eppure per me è importante, come lo è la scelta di condividerla qui.

Questa fiaba l’ho scritta quattro anni fa, in risposta ad una storia molto bella che parla di un Cavaliere senza macchia e tante paure, che non posso per ovvi motivi riportarvi qui, perchè la proprietà intellettuale è di un certo Mr. Vain di cui qualche martire tra Voi, che è solito leggere le mie digressioni sconnesse, avrà già sentito parlare.

La fiaba che ho scritto io, è decisamente meno bella, ma l’ho scritta in un periodo in cui io e Mr. Vain non ci sentivamo da un bel pò, per spiegargli alcune cose nell’unico modo in cui riuscivo a farlo, così come aveva fatto Lui, inviandomi la sua storia. Inutile dirVi quanto io ci sia affezionata. Ed è questo l’unico motivo per cui ho deciso di condividerla con Voi, perchè in questo periodo di feste e bilanci questo Blog è sicuramente da mettere nella colonna delle Cose da salvare di questo 2015 così così, che sta per volgere al suo termine.

Questo Blog mi ha dato tanto, sicuramente più come lettrice che come blogger, ma le Vostre parole, i Vostri commenti sono stati altrettanto d’aiuto in questi mesi, di quanto lo sono stati i Vostri post, per me continue scoperte. E allora questa fiaba strana, un pò triste e un pò bruttarella, che mi fa anche un pò vergognare e che pensavo non avrei fatto mai leggere a nessuno (a parte mia sorella e Mr. Vain) io Ve la voglio regalare. In questa Vigilia della Vigilia, per dirvi GRAZIE, di cuore, con un piccolo pezzo di me.

C’era una volta -e forse c’è ancora- una principessa rinchiusa in una torre. Ad ogni modo, non era certo quella la prima volta che la principessa si trovava lì. La torre era un luogo spaventoso infestato da fantasmi, draghi e orribili bestie notturne, ma la giovane donna, discendente da una stirpe forte e valorosa, non si arrendeva mai e lottava strenuamente e a lungo contro ognuno di essi. I giorni -e soprattutto le notti- si susseguivano inesorabilmente in preda a battaglie sempre più ardue che sembravano non giungere mai al termine.

Accadeva però, seppur di rado, che la principessa riuscisse a godersi una giornata di tregua, in cui il sole riusciva a filtrare dalla piccola finestra della torre e a beneficiarla della sua calda e ristoratrice presenza. Erano quelli i giorni in cui si perdeva con lo sguardo negli splendidi scenari che si offrivano alla sua vista persino da lassù, da quell’odiato, triste e lugubre luogo. Erano le notti in cui la principessa sognava di tornare alla sua vita di sempre, al suo castello, dove c’erano sempre i suoi cari ad aspettarla. Oppure sognava di posti lontani e immaginava le fantastiche avventure e i meravigliosi viaggi che avrebbe potuto e voluto vivere in futuro. Ricordava tutti i giorni felici che aveva trascorso fino ad allora e fantasticava su quelli che dovevano ancora arrivare. E poi, nonostante fosse sempre stata schiva e diffidente sull’argomento, sperava un giorno di incontrare il suo principe. I giovani che aveva incontrato fino ad allora non si erano mai dimostrati all’altezza: alcuni li aveva scartati a priori, a qualcuno, invece, aveva aperto il suo cuore e raccontato la sua storia. Dopo cento promesse, forse oneste, ma pretenziose, i pochi che ne erano venuti a conoscenza se l’erano data a gambe levate o qualche volta la stessa Principessa, spaventata e stufa della solita e inevitabile reazione aveva deciso di scappare lei per prima, precedendola. Ciò nonostante, a volte, e suo malgrado, si abbandonava a fantasie sulla sua anima gemella, sentiva in cuor suo che doveva pur esserci da qualche parte, si domandava come mai non l’avesse ancora incontrata e soprattutto si chiedeva persino con una punta di sciocco risentimento, come mai impiegasse tutto questo tempo per venirla a salvare. Ma i giorni passavano e stanca di attendere invano, trovava dentro di sè una forza inaspettata che le consentiva di debellare tutti i suoi acerrimi nemici. Era solo in quel momento che finalmente riusciva a scappare dalla torre.

Ad onor del vero le cose non andavano esattamente così, ma accadeva qualcosa di cui la fanciulla non riusciva in nessun modo a capacitarsi: quando le orribili creature che abitavano la torre smettevano di tormentarla, si avvicinava tremante alla porta della cella e si trovava ancora una volta di fronte alla solita sconcertante scoperta: la porta era sempre stata aperta. Ad ogni modo fuggiva via e pian piano, scalino dopo scalino, assaporava nuovamente la libertà e dopo giorni e giorni di estenuanti ricerche riusciva infine a far ritorno al suo amato castello. Ma la principessa già sapeva (e soprattutto temeva) che il suo ritorno non fosse un “per sempre” e così ogni due, tre, quand’era fortunata persino quattro stagioni, si ritrovava nuovamente lì, rinchiusa nella stessa orribile cella posta in cima alla stessa maledetta torre. La sua speranza (ormai anche consapevolezza) che la porta fosse aperta non le dava il coraggio necessario per provare a scappare ancor prima che arrivassero i mostri. Era più forte e alla fine vinceva il timore infondato di scoprire che la cella non fosse più aperta come la volta precedente e che un giorno sarebbe rimasta imprigionata lì per sempre. Quest’idea la terrorizzava forse ancor più di tutte le orribili creature che la tormentavano incessantemente.

Per anni ed anni aveva creduto di essere vittima del crudele incantesimo di una strega malvagia e questa sua convinzione era avvalorata dal solito seppur sfumato ricordo: era sempre stata una donna oscura e incappucciata ad averla condotta fin lassù, tuttavia la principessa stordita, confusa, forse persino immobilizzata, non era mai riuscita a guardarla in volto. Ne ricordava perfettamente gli abiti, le movenze, la postura e anche la sua voce che le sembrava stranamente familiare…finché un giorno, riuscita ancora una volta a scappare dalla torre, ebbe la sua rivelazione e fu forse allora che ebbe inizio il suo vero tormento, la più crudele delle maledizioni.

La fanciulla stava correndo nel bosco col cuore in gola, col solo intento di allontanarsi il più possibile dalla torre, quando all’improvviso vide un ruscello, si fermò e si avvicinò per bere e rinfrescarsi. L’immagine che vide riflessa nell’acqua le tolse il respiro e la spaventò a morte.

Vide il suo stesso volto e il suo stesso corpo ricoperti dagli abiti e da quel cappuccio che indossava la misteriosa donna malefica. Improvvisamente ogni cosa divenne chiara e nessuna verità poteva essere più atroce, nessuna spiegazione poteva essere altrettanto funesta e fatale. Non esisteva nessuna strega maligna che l’aveva rinchiusa, nessuna magia nera o incantesimo da poter spezzare. Solo una principessa che si rinchiudeva da sola in una torre dalla quale avrebbe potuto uscire in qualsiasi momento, se solo ne avesse avuto il coraggio.

Questa fiaba, ammesso che di fiaba si tratti, non ha un lieto fine, non c’é nessun drago da uccidere e nessun principe dalla sfavillante armatura. Solo una principessa con i vestiti logori e l’anima trafitta a seguito di cento battaglie, che ancora non si dà per vinta perché ora sa che il lieto fine, se mai ci sarà, l’avrà costruito, giorno dopo giorno e con le sole sue forze, solo lei, proprio lei e persino lei: la principessa che era anche una strega.

POST-FAZIONE:
Si tramanda che nella torre della principessa vennero ritrovati dei post-it che ella scrisse nei giorni più neri della sua prigionia..eccone 4…

POST-IT PER DIO
Aiuta questi cuori stanchi, guarisci le anime inquiete.
C’è un mondo che fa festa per i morti e sputa sulle lacrime dei vivi.
Fai ballare chi non ha gambe per poterlo fare.
Fai sognare chi da tempo ha solo gli incubi più neri.
Qual’è la legge? Sempre se c’è dimmi qual’ è.
Scusa il cinismo ma ho finito l’amore e non ho idea di dove sia il distributore.
Qui sono nata, ma sono in terra straniera.

POST-IT PER ME STESSA
Quando avrai i pugni chiusi, lo sguardo di fuoco e uno stomaco senza pietà.
Quando avrai parole assassine e silenzi innalzati come muri invalicabili.
Quando avrai messo la madre e il padre all’angolo e l’amore a puttane.
Quando avrai deciso di spegnere anche l’ultima stella.
Quando piangerai senza neanche sapere di farlo
Lacrime che scorrono sul viso a piangerti morta
come le madri di un figlio che non è più tornato dalla guerra
Ricordati che gli errori più grandi non sono stati i baci non dati, le lauree non prese, gli amici non richiamati.
L’errore più grande è stato smettere di credere che Qualcuno ti guarda, ti ascolta, ti perdona e ti ama così come sei. Perfino ora.

POST-IT PER CHI C’È SEMPRE STATA
Non a caso sarà l’unico non incazzato.
Non a caso sarà il solo a scavare milioni di piccole crepe su un cuore di pietra.
Non a caso farà ricordare arcobaleni e sorrisi e occhi che brillano ancora.
Non a caso farà sospirare e respirare aria buona.
Non a caso farà tornare il pensiero leggero in quel posto dove l’amore ti viene a cercare.
Non a caso mi riporterà da te
con in mano un raggio di sole
a chiederti di dar fuoco insieme a tante inutili parole
perché Dio ha già fatto quel miracolo che aspetto
quando ha deciso di regalare te alla mia vita.

POST-IT PER CHI DEVE ANCORA ARRIVARE
Stop. Non entrare. Avvicinati, stringimi, amami, ma rimani lì, sulla porta.

Imagine me and you – Parte prima 

 Mr. Vain: “È sempre un piacere, rivederti (Cognome di Presa Blu)! Ci prendiamo un caffè?”  Presa Blu: ” Sì, grazie, prendo un caffè e anche 10 minuti del tuo tempo, se puoi concedermeli…” Mr. Vain: ” Che succede? Tuo padre … Continua a leggere

Le parole ritrovate

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Mr. Vain: “Non bisogna vergognarsi di nulla… Le cazzate si fanno, certo… Ma attraverso le cazzate e gli errori si arriva ad ottenere quello che si vuole…”
 
P.B. “Io lo so cosa voglio e anche tu lo sai..lo so da circa sette anni cosa voglio, ma allo stesso tempo so che non posso averlo”.
Questo è quello che avrei voluto risponderti.
E nella mia testa al posto del silenzio, seguito al mio insensato sbotto di rabbia e al vittimismo dopo il tuo “Pensa solo a stare calma… Nei limiti del possibile…”…beh, dicevo, nella mia testa la conversazione  è continuata.
È continuata con te che cadi dalle nuvole e mi domandi “E cosa vuoi sentiamo?” e con me che dò libero sfogo a tutto quello che porto dentro da un pezzo.
Ed è stato come liberare delle belve feroci, da anni ed anni costrette in cattività. Come aprire le celle del carcere  più malfamato…”Forza ragazzi tutti fuori..ora è finita..nel bene o nel male, è finita!”.
E così ho cominciato a dirti tutte le parole che non ti ho detto in tutti questi anni. Le parole trattenute, quelle sussurrate quando ero certa che dormissi, quelle dette fra i denti qualche volta che stavamo discutendo e non mi sentivi perché la tua voce sovrastava la mia, le parole codarde che si nascondevano dietro un “Nulla” in risposta al tuo “Cosa hai detto?”
Parole frustrate, fatte a pezzi da anni di incomprensioni e di amore silenzioso, di amore non detto, di amore vissuto col freno a mano, con il cuore sul “chivalà”, sempre pronto a far fare il cambio della guardia a sentinelle troppo scrupolose. Sentinelle che di rado, fin troppo di rado, schiacciavano un pisolino per farti dare una sbirciatina..ma solo un pò..soltanto un pò: quel poco che di certo non bastava a farti capire che al centro del mio cuore c’eri tu…e che forse…c’eri sempre stato..TU.

The other love of my life.

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Era la mia Campanellino, leggera e dolce come una fatina del bosco.

E così era il suo sorriso. Denti bianchi da latte che brillano su una bocca fatta di fragole.

E per anni è stata così.
Come in quella foto col pigiamino rosa, il caschetto e l’orsacchiotto azzurro, che sembrava un dolcetto di quelli buoni, ma talmente belli che non lo si può mangiare.
E per anni e anni è stata così. La dolcezza indescrivibile di chi si chiama Fiorellino sulla rubrica di papà.
Per anni è stata la pace nei litigi. Datevi un bacino. Abbracciatevi. Non così, però, sul serio.
Per anni e anni la mia luce, il mio arcobaleno, il sole che scioglie i ghiacciai.
Lei è ancora così, anche se quello che ci è successo, la avrebbe potuta cambiare.
E lei pensa di esser cambiata, ma la verità è che nonostante i dolori, gli orrori, le malattie, le paure che nessuno sa, quella bambina è ancora lì, sotto tutta quella robbaccia, lei è ancora lì, intatta.
E so che niente e nessuno la può cambiare.
E di questo, bhe, almeno di questo c’è da ringraziare.

Il Peso della Valigia – Luciano Ligabue

L’amore ai tempi di Internet – Due solitudini si attraggono: Tu chi sei?

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Ottobre 2006

E’ sdraiata sul letto, lo sguardo fisso sul soffitto. Ogni tanto butta un occhio al cellulare. E poi di nuovo all’intonaco bianco, come se potessero apparirvi scritte le risposte alle sue mille domande, alle sue duemila esitazioni. La distrae la lucina rossa di quello stranissimo Siemens blu a forma di supposta, di cui va molto fiera, ignara del fatto che sarà ricordato come uno dei telefonini più brutti della storia. E lui l’ha avvisata, ma la sua atavica ribellione al consumismo è ancora troppo radicata in lei per dare retta ad uno che cambia telefono come le mutande. Senza contare che l’ha appena conosciuto. Su un forum, poi, figuriamoci. Eppure sono giorni che non pensa ad altro. Son stati giorni pieni e notti insonni. “Solo una settimana” continua a ripetersi, eppure le sembra un anno. Eppure le sembra di conoscerlo da sempre. Eppure è stata una settimana di stranissime coincidenze e per lei non esistono coincidenze, le ha sempre chiamate “segni”. E in così poco tempo è stata letteralmente travolta da un’infinità di segni, che le hanno completamente fatto perdere la bussola. Aveva deciso di pensare solo a studiare. L’ultima batosta l’aveva stroncata. Basta uomini, si era detta ed ecco sbucare lui, su un forum per studenti, con quel suo modo di scrivere che la cattura e la attrae fin dal primo momento. E sembra ricambiata la sua attrazione, per il suo nick le dirà lui e “per quella fossetta sul mento che avevi in foto, che ho avuto subito voglia di mordere”, le confesserà dopo giorni. Ed ora la lucina rossa di quel suo telefonino di “un brutto storico” le sta ricordando che non è stato tutto un sogno, uno scherzo virtuale. Questo ragazzo esiste davvero e la sta chiamando!

– Ero in palestra con l’I-pod e finalmente l’lho trovata, amore!

– Ma cosa?

– Come cosa? La nostra canzone!

-Ma se ieri sera su Messenger me ne avrai sparate una cinquantina almeno di nostre canzoni, Mr. Vain!

– E vorrà dire che non avremo la nostra canzone, ma il nostro album, anzi no, la nostra Libreria Musicale!

-Se…boom! Neanche so se ci sarà mai un Noi…

-Arieccola che succede ora? Di nuovo la tua diffidenza, a cosa la devo stavolta, di grazia?

-Lo sai…non ci conosciamo ancora…

-Ma è una settimana intera che non dormiamo la notte e stiamo h24 al telefono, su msn, ovunque….e ancora dici così?

-Sì appunto tutto virtuale…lo sai che non ci credo in queste robe virtuali…

-Ed è esattamente per questo che l’ho trovata…apri messenger che te la invio…ascoltala bene…parla di noi…e poi domani ci vediamo…ma stanotte…ascolta questa… e le tue paure addormentale con me…

 

Subsonica – Dentro i miei Vuoti

Impalcature spartitraffico, fari alonati blu monossido

Due solitudini si attraggono: tu chi sei?

Come due intrusi che sorvolano le tangenziali dell’intimità

Fiutando diffidenze e affinità. Resta qui!

 Da quanto siamo qua non chiederlo,

Dalle finestre luci scorrono,

Lenzuola stropicciate …che ora è?

Stai con me!

Se c’è un motivo trovalo con me

Senza ingranaggi senza chiedere perché.

Dentro i miei vuoti puoi nasconderti,

Le tue paure addormentale con me

Se c’è un motivo.

Due solitudini si avvolgono

Due corpi estranei s’intrecciano

Duemila esitazioni sbocciano

Stai con me.

 Se c’è un motivo trovalo con me

Senza ingranaggi senza chiedere perché

Dentro i miei vuoti puoi nasconderti,

Se c’è un motivo trovalo con me.

Senza ingranaggi senza chiedere perché

Dentro i miei vuoti puoi nasconderti.

Le tue paure addormentale con me

Le tue paure addormentale con me

Le tue paure addormentale con me

Le tue paure addormentale con me

Le tue paure addormentale con me

 Se c’è un motivo