Di Domenica

  

Capovolgi il tuo cuscino, di domenica, di domenica…

Tutti i giuramenti oggi che √® domenica  Sono adolescenti…

Subsonica

Il sugo di mia madre,

Mio padre che suona il piano,

Il sole che inonda le stanze.

Solo pensieri freschi 

E piccole, infinitesimali gocce,

puro distillato di felicità.

La vita a volte non é gentile,

Anzi, a dirla tutta, é una grandissima stronza,

ma poi ci son quei fuggevoli istanti, quegli attimi quasi perfetti,

 in una splendente domenica di fine febbraio,

che ne valgono assolutamente la pena.

Ode sbilenca a te e al resto della famiglia‚̧ԳŹ

Se potessi cancellare¬†I rimpianti di mio padre, La stanchezza di mia madre e¬† La paura del mio angelo che ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Troppe ne ha passate… Se per tutti quei sorrisi che lei ci ha regalato … Continua a leggere

Sorelle calabre

  

Mi chiedo spesso come saranno le telefonate tra me e mia sorella tra qualche anno, quando lei si sar√† sposata e, per forza di cose, saremo costrette ad usare il maledetto telefono come mezzo di comunicazione. 

Me lo domando, soprattutto, quando -non per mia volont√†, ma per ragioni che hanno a che fare con l’acustica e i decibel- mi trovo malauguratamente ad ascoltare una conversazione telefonica tra mia madre e una delle sue sorelle. 

Ora, dovete sapere che mia madre, trapiantata a Roma da quasi trentanove anni, non ha mai rinunciato al dialetto calabrese, pur avendo tre figlie romanacce, un marito cresciuto a Roma e, pertanto, di madrelingua italian-romanesca e, soprattutto, nonostante abbia insegnato per pi√Ļ di trent’anni a bambini di scuola elementare che -sia che lei insegnasse in borgata che ai Parioli- le si sono sempre rivolti con “A ma√©!”, hanno sempre scritto tera anzich√© terra e l’hanno sempre presa in giro per pronunciare le t come le d (cosa che a volte produceva immancabili errori anche nei dettati o meglio deddadi). 

Pertanto, sentire mia madre parlare in dialetto stretto per me non √© certo una novit√†, ma quello che ancora riesce a sconvolgermi √© che  le conversazioni telefoniche tra mia madre e le mie zie  seguano sempre lo stesso schema invariato da anni e tocchino principalmente e in ordine categorico i seguenti argomenti: faccende domestiche, figli e morti. 

– oh ti disturbo, chi stavasi facenn√Ļ?

-Nente, no, stavu lavannu ‘nderra..

-ti c’abbacava moh, sembre ca ti piddjasi impicci stupidi…tu u’ facera vide je com’√® ridotta casa mia, solo di pruvula…

Sorvolando il fatto che dopo quasi quarant’anni di onorato matrimonio mio padre non sia ancora riuscito a capire che la pruvula √© la polvere e non un formaggio, la suddetta telefonata continua, quasi sempre, come ho gi√† detto, con le vicendevoli lamentele sui rispettivi pargoli ( trattati come tali anche se il pi√Ļ piccolo di noi ha quasi ventisette anni) e, infine, con l’elenco intervallato da vari uamba! (=oh cazzo! Ndr – nota da romanaccia) dei compaesani che sono volati tra le braccia del Creatore. 

Immancabilmente la conversazione si chiude bruscamente con mia zia -la stessa che rimproverava mia madre per darsi troppo da fare in casa- che deve scappare perch√© deve ancora andare a sciacquare le tende, sbattere i tappeti, spolverare i lampadari, lavare il terrazzo, pulire il forno a microonde, cucinare i cavateddri, preparati all’alba e sono gi√† le 7.00. 

Gi√† le 7.00. 

Di Domenica mattina. 

Onde per cui madre calabra, appena attacca la cornetta viene presa dai sensi di colpa e si catapulta nelle stanze per vedere se per caso ha interrotto involontariamente i dolci sogni di qualcuno. 

A quel punto colta da amorevole pietà e senso materno, ti rivolge uno sguardo pieno di affetto e ti fa:

T’aggiu svegliato?

Eh! 

‘U voi portatu ‘u caf√©?

-Magari!

-In cucina ce n’√© rimastu nu’ picchi

– Va bene!

– J√© friddu…

-Va bene lo stesso! 

-E vatelu pigghia!