Sticazzi

  
Sticazzi del tempo che passa e quando lo fa non è mai gentile, lo sarebbe se si fermasse, invece, ogni tanto, come un amico a chieder “come stai? Va bene questo passo o devo rallentare e darti un pò di vantaggio?”

Sticazzi di questa vita che é poco generosa con alcuni, che a volte ti dà solo se riesci a prendere e se non riesci ti taglia fuori. Ti saluta, perché come il tempo, anche lei non si ferma mai. Implacabile ed impietosa, continua la sua corsa, anche quando tu hai perso la tua direzione. La vita non ti aspetta. La vita va.

Sticazzi dei pensieri neri, che a volte non ti lasciano in pace, perché al negozio della positività la polverina magica di Pollon l’avevano finita e allora sei uscita dal negozio a fianco con sacchi pieni di cinismo.

Sticazzi di questo blog, che ha un nome che non lo rispecchia più, perché se un Mr. Vain non c’è più nella mia vita, non vedo perché dovrebbe trovar posto in un blog dove probabilmente non fotte una beata minchia a nessuno.

Sticazzi di questo sfogo, perché ogni tanto ci sta, perché vomitare parole é a volte più semplice e più sincero di vomitare unicorni che vomitano arcobaleni. E allora sticazzi di questo sfogo e sticazzi di me che stasera il monologo di Edward Norton nella Venticinquesima ora mi fa un baffo, ma come direbbe mio cugino “se te li facesse tutti e due sarebbe meglio!”.

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Vaffanculo Mr. Vain

  

 Altro che pane altrui, caro Dante, niente é più salato delle lacrime di rabbia, credimi.

C’è più amore dentro i “vaffanculo” sbiascicati tra sé e sé, che nei “social” sbandierati “amore mio”.

Sì lo so, sto delirando. Deliro e t’amo e Signora Gelosia mi mangia come s’io fossi il suo cenone di Natale.

Le parole ritrovate

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Mr. Vain: “Non bisogna vergognarsi di nulla… Le cazzate si fanno, certo… Ma attraverso le cazzate e gli errori si arriva ad ottenere quello che si vuole…”
 
P.B. “Io lo so cosa voglio e anche tu lo sai..lo so da circa sette anni cosa voglio, ma allo stesso tempo so che non posso averlo”.
Questo è quello che avrei voluto risponderti.
E nella mia testa al posto del silenzio, seguito al mio insensato sbotto di rabbia e al vittimismo dopo il tuo “Pensa solo a stare calma… Nei limiti del possibile…”…beh, dicevo, nella mia testa la conversazione  è continuata.
È continuata con te che cadi dalle nuvole e mi domandi “E cosa vuoi sentiamo?” e con me che dò libero sfogo a tutto quello che porto dentro da un pezzo.
Ed è stato come liberare delle belve feroci, da anni ed anni costrette in cattività. Come aprire le celle del carcere  più malfamato…”Forza ragazzi tutti fuori..ora è finita..nel bene o nel male, è finita!”.
E così ho cominciato a dirti tutte le parole che non ti ho detto in tutti questi anni. Le parole trattenute, quelle sussurrate quando ero certa che dormissi, quelle dette fra i denti qualche volta che stavamo discutendo e non mi sentivi perché la tua voce sovrastava la mia, le parole codarde che si nascondevano dietro un “Nulla” in risposta al tuo “Cosa hai detto?”
Parole frustrate, fatte a pezzi da anni di incomprensioni e di amore silenzioso, di amore non detto, di amore vissuto col freno a mano, con il cuore sul “chivalà”, sempre pronto a far fare il cambio della guardia a sentinelle troppo scrupolose. Sentinelle che di rado, fin troppo di rado, schiacciavano un pisolino per farti dare una sbirciatina..ma solo un pò..soltanto un pò: quel poco che di certo non bastava a farti capire che al centro del mio cuore c’eri tu…e che forse…c’eri sempre stato..TU.

L’insostenibile leggerezza dello Scrivere

  
Scrivere era come liberarsi da pesanti zavorre. Ero una mongolfiera che non riusciva ad alzarsi in volo per i troppi pesi che aveva addosso, ma scrivevo e mi alleggerivo. Ogni parola era un mattoncino di pesanti pensieri che lasciavo scivolare via. Scrivevo e mi domandavo quanto avrei dovuto scrivere ancora per sentirmi finalmente leggera.