Black – Scusate l’assenza!



Ascolto Black correndo in bici sul lungomare e i pensieri vanno più veloci di questi pedali. Mi chiedo perché non ho più voglia di leggere e di scrivere, come mai questa pausa da WP sta durando più di quanto mi aspettassi. Alcune risposte ce l’ho già , ma stanno bene lì nella scatola dei “pensieri che non voglio fare”, altre forse le sto trovando in questi giorni che sono allo stesso tempo indaffarati, ma anche rilassanti, lontani dal cahos della mia amata-odiata città. 

E poi tra i “pensieri che non voglio fare” ecco spuntare lui, il solito, quello che ha dato inizio a questo blog, quello che ancora non riesco a lasciare andare del tutto, il solito asfissiante pensiero su Mr. Vain. 

E appena si ripresenta non lo so se é un caso, ma Eddie Wedder sta cantando queste parole: “So che un giorno avrai una vita meravigliosa, so che sarai una stella. Nel cielo di qualcun altro, ma perché? Perché, perché non può essere, perché non può essere il mio?”. 

E così tra le domande che non mi vorrei più fare, puntuale, arriva anche questa e insieme ad Eddie mi domando: Perché? Perché dannazione non può essere il mio? 

E mentre il sole sta tramontando penso che di tempo, dolori, persone, risate, vita ne sono passati eppure c’è quel pensiero che non tramonta. 

E WP mi informa che proprio oggi sono ben 2 anni di blog e per me é stato un battito d’ali e allora, abbiate pazienza, forse non passerò più tanto spesso di qua, ma non sono ancora pronta a cambiare nome a questo virtuale e sgangherato posto!

Come un palloncino dalla mano di un bambino 

  
Ti ho lasciato andare.

Così,

come i bambini lasciano andare

i palloncini, su nel cielo:

con inconsolabile tristezza, 

ma  con meravigliato stupore. 

Ti ho lasciato andare,

proprio così.

E mentre ti vedevo allontanare,

il mio sguardo non ti lasciava,

mentre tu diventavi un puntino,

sempre più piccolo,

che pian piano andava a confondersi

nella linea del mio passato.

Autoreblog: L’amore ai tempi di Internet

chat_1Ho sempre trovato abbastanza stupido rebloggarsi da soli (lungi da me offendere chi lo fa, ovviamente parlo per me!), ma oggi ho letto già un paio di articoli molto belli (seppur altrettanto diversi) che parlano di relazioni virtuali (Avvocatolo – L’amore ai tempi della collera e Vittorio Tatti – A spasso nel tempo) e mi é venuto in mente questo post.

É uno dei primi che ho scritto su WP e parla di come é cominciata la storia tra me e Mr. Vain. L’incontro “reale” é avvenuto dopo poche settimane. 

Ho un carattere troppo impaziente e diffidente per riuscire a tirare per le lunghe una storia nata sul web, ma più frequento WP e leggo le vostre storie e più mi rendo conto di come sia a volte labile il confine tra virtuale e reale, soprattutto quando si parla di sentimenti. 

E niente (che fa molto slang da quindicenne) mi é venuta voglia di rebloggare questo post. Lo dedico a tutte le persone diffidenti come me, perché sappiano che, al di là di ogni mia previsione, da quella che era solo una conoscenza virtuale é nato l’Amore più che reale per Mr. Vain, quello che considero ancora l’amore della mia vita e che é ancora lì, un pò ammaccato, ma bello saldo, nel mio cuore. 

Spero che magari leggendolo qualcuno si decida a chiudere pc, smartphone, tablet e chi più ne ha più ne metta e a fare un passo o un salto al di là del virtuale. Perché virtuale é bello, ma come già saprete, reale é meglio!

L’amore ai tempi di Internet – Due solitudini si attraggono: Tu chi sei?

Ps. per i più curiosi, che vogliono sapere cos’è successo dopo, linko anche Il primo appuntamento, che in realtà parla del momento immediatamente precedente al primo appuntamento…e sono un pò leopardiana celosò, ma non é forse vero che l’attesa aumenta il desiderio?

L’imperfezione dell’amore

Forse, invece, siamo stati bravi. Ho sempre il rimpianto di non essere andata fino in fondo con te, di quello che sarebbe stato se, delle parole non dette, dei passi non fatti.

E forse invece siamo stati bravi. Che mica è facile proteggere un amore dalla noia, dallo schifo, dalla banalità del quotidiano, dalla merda dei dolori personali e di quelli condivisi. Mica è facile fare in modo che ogni incontro sembri la scena di un film, tutto così maledettamente perfetto da non reggere il confronto con niente e nessuno. Era forse questa la protezione che volevi darmi, che volevi darci?

No, non siamo stati bravi. Non lo siamo stati affatto. Chè l’amore non è perfezione, non è film, né favola. L’amore vero è un salto nel vuoto: è darsi la possibilità di essere irrimediabilmente imperfetti senza aver paura di perdersi.

The Power of Love – Motel Connection

Le parole ritrovate

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Mr. Vain: “Non bisogna vergognarsi di nulla… Le cazzate si fanno, certo… Ma attraverso le cazzate e gli errori si arriva ad ottenere quello che si vuole…”
 
P.B. “Io lo so cosa voglio e anche tu lo sai..lo so da circa sette anni cosa voglio, ma allo stesso tempo so che non posso averlo”.
Questo è quello che avrei voluto risponderti.
E nella mia testa al posto del silenzio, seguito al mio insensato sbotto di rabbia e al vittimismo dopo il tuo “Pensa solo a stare calma… Nei limiti del possibile…”…beh, dicevo, nella mia testa la conversazione  è continuata.
È continuata con te che cadi dalle nuvole e mi domandi “E cosa vuoi sentiamo?” e con me che dò libero sfogo a tutto quello che porto dentro da un pezzo.
Ed è stato come liberare delle belve feroci, da anni ed anni costrette in cattività. Come aprire le celle del carcere  più malfamato…”Forza ragazzi tutti fuori..ora è finita..nel bene o nel male, è finita!”.
E così ho cominciato a dirti tutte le parole che non ti ho detto in tutti questi anni. Le parole trattenute, quelle sussurrate quando ero certa che dormissi, quelle dette fra i denti qualche volta che stavamo discutendo e non mi sentivi perché la tua voce sovrastava la mia, le parole codarde che si nascondevano dietro un “Nulla” in risposta al tuo “Cosa hai detto?”
Parole frustrate, fatte a pezzi da anni di incomprensioni e di amore silenzioso, di amore non detto, di amore vissuto col freno a mano, con il cuore sul “chivalà”, sempre pronto a far fare il cambio della guardia a sentinelle troppo scrupolose. Sentinelle che di rado, fin troppo di rado, schiacciavano un pisolino per farti dare una sbirciatina..ma solo un pò..soltanto un pò: quel poco che di certo non bastava a farti capire che al centro del mio cuore c’eri tu…e che forse…c’eri sempre stato..TU.

DAMNATIO MEMORIAE

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Io ci ho provato a dimenticarti, davvero, ci ho provato credimi. Ho chiesto aiuto a Dio, a tuo padre, alle stelle e alla luna. Ho messo in moto tutta una serie di riti per procedere alla tua Damnatio Memoriae. Era il 20 agosto e avevo ben fisse nella mente le parole che mi aveva rivolto e in un certo senso “regalato” quello scrittore. “Chi ha imparato a fare a meno di noi non è per noi” aveva detto. Ed improvvisamente era come se la porta della consapevolezza si fosse aperta in angolo della mia mente. Una porta spalancata su uno specchio d’acqua limpidissimo in cui non c’era riflessa la tua immagine, nè quella di nessun altro. Mi chiamava, mi attirava a sè e mi invitava a bere e a bagnarmi come se si trattasse di un battesimo o di un’iniziazione.
Così quella sera avevo preso il tuo hd, che avevi lasciato a casa mia e che ancora non ti eri venuto a riprendere e ci avevo messo su le nuove puntate della nostra serie preferita. Era un simbolo: Non ero più disposta ad aspettarti. L’avevo fatto per troppo tempo, senza nemmeno comunicartelo e tu, ignaro, avevi giustamente ripreso e continuato indisturbato la tua vita o la tua ascesa al potere come probabilmente avresti preferito definirla.

Beh, era giunto il momento che lo facessi anche io. Non mi interessava sapere se anche tu mi avevi aspettato, almeno per vedere insieme la sesta serie di The Big Bang Theory, non mi interessava sapere se te l’eri già vista da solo o con qualcun’altra che aveva preso il mio posto. “Chi ha imparato a fare a meno di noi non è per noi”. Era talmente chiaro e lapalissiano che non mi spiegavo come non avessi potuto capirlo prima. Di fronte a questa consapevolezza non si poteva rimanere inermi o bloccati ad aspettare non si sa chi o che cosa. Il momento magico in cui finalmente avrei potuto “vuotare il sacco” non era arrivato. Il regalo del tuo compleanno era ancora lì nel mio armadio insieme al biglietto d’auguri. Ed era come se in tutti questi mesi mi ci fossi chiusa anche io in quell’armadio, sperando che un giorno mi avresti voluto rispolverare come hai fatto col tuo vecchio moncler! Ma non sono un capo d’abbigliamento. E se lo fossi probabilmente non sarei fra i più costosi e griffati o fra quelli che piacciono a te. So di essere stata la tua maglietta sfigata che inspiegabilmente amavi tanto sebbene non l’avessi comprata da Vuitton né in nessun altra casa d’alta moda. Sì probabilmente a modo tuo mi amavi anche tu, questo lo so. Le tue labbra son state spesso bugiarde, ma i tuoi occhi no. A quelli ho sempre creduto. Ma ora avevi deciso che nella tua vita non c’era più posto per una t-shirt del genere. Probabilmente la conservi ancora in un cassetto del tuo cuore, ma non la indossi più, né hai intenzione di farlo. “Le persone che hanno imparato a vivere senza di noi non sono per noi”. Schiaccio play. Penny rimane sconvolta dalla valigetta del make up di Leonard e dalla quantità dei suoi trucchi. Sorrido. Non c’è nessuno a fianco a me sul letto e mi fa strano, ma nonostante tutto sorrido. Alla battuta e forse anche alla mia nuova vita.