Strade di Francia

E se Parigi é così immensa e tu non hai paura come me 

Per queste strade di Francia io vengo con te

   
Una delle canzoni di Daniele che amo di più…Da qualche giorno in loop…

http://youtu.be/HT9OO1-mkq4

Parigi, Parigi a me va bene per non tornare più

Così dicevi perché i miei occhi pieni di stazioni e chiese

Ritornassero blu

Le mani, le mani già lo sanno che non vivranno qui

E, mi spiegavi, per questo vedi amore non si fermano un momento

E tremano così.

Perché le cose non vanno mai come vuoi tu

Anzi è più facile cambino ancora di più

Così io ti prendo per mano e ti porto con me

Perché a darsi un appuntamento che speranza c’è 

Le strade, le strade dei francesi che non ho visto mai

Eh, ma se i sogni non li avessi già completamente spesi

In quello che sai

Perché le cose non vanno mai come vuoi tu Anzi è più facile cambino ancora di più

Così io ti prendo per mano e ti porto con me

Perché a darsi un appuntamento che speranza c’è

E se Parigi è così immensa e tu non hai paura come me 

Per queste strade di Francia io vengo con te

E allora adesso che ogni cosa ha un nuovo nome

E questo nome me lo insegni tu

Com’è che vivo ancora tra una chiesa e una stazione

E i miei occhi, i miei occhi non ritornano blu…

Dormi

💕Dormi
E poi ci sono quelle notti insonni in cui vorrei solo riposare sul tuo petto. Accoccolarmi a te e lasciare andare via tutto, abbandonarti il mio cuore pesante e stanco, la mia testa mezza piena e mezza vuota, il mio corpo che senza di te continua ad invecchiare…Sentire il mio respiro che da ansia si fa pace, mentre le tue dita grosse, ma leggere, accarezzano dolcemente i miei capelli, sparsi a raggera sul tuo corpo. E sentirmi finalmente a casa, protetta, al sicuro da tutto e da tutti, mentre ti sento canticchiare…

Dolce è il dolore che porti negli occhi…quanto il perdersi dentro di te…

Ed il lieve infuriare di rabbia che porti aggrappata alla fragilità…

Evoluzione Tag

Ho un bel pò di tag in sospeso, a cui rispondere forse da mesi (a proposito ma c’è una data di scadenza?!?). Comunque a questo ho deciso di rispondere subito, prima degli altri perchè ho ricevuto la nomina dalla mia adorata “wordfriend” Cibergam  aliaCiberluna: se volete sapere perchè l’ho soprannominata così vi basti fare un giretto nel suo blog Le Hérisson per scoprire la sua natura “lunare”: affascinante e misteriosa.

E poi, ragazzi miei, questo tag, inventato da cix79 di Ispirazioni Metropolitane, credetemi, è geniale!

Queste le regole, dalle quali intuirete la genialità e il perchè del titolo “Evoluzione Tag”:

– Dichiarare chi ha inventato il TAG (https://cix79.wordpress.com/).
– Ringraziare chi vi ha nominato.
– Nominare ed avvisare UNA o PIU’ persone che ritenete adatte a far evolvere questo TAG in meglio. Che la fantasia e la creatività sia con voi!
– Cambiare totalmente uno dei prossimi 3 punti sottostanti a vostro piacimento, trasformandolo in qualcosa di vostro, di unico, indicando appunto chi ha inventato il nuovo punto in modo da capire che strani giri ci saranno.

Ed ecco i punti e le risposte

1) La mia vita in poche parole. (di Cibergam)

Ecco, partiamo bene. Decisamente non ho il dono della sintesi per cui non sapevo cosa rispondere a questa domanda, ma leggendo la Risposta di Ciberluna:

Una fiaba grottesca, ma pur sempre una fiaba.

mi sono ricordata, che qualche anno fa, in risposta ad un’email di Mr. Vain in cui credo tentasse di spiegarmi con un racconto medievale il momento particolare che stava vivendo, risposi proprio con una fiaba: la fiaba della principessa che era anche una strega. Non so se avrò mai il coraggio di pubblicarla, perchè riassume davvero la mia vita e forse non sono pronta a condividerla qui, ma il punto è che non sono proprio in grado di riassumere “in poche parole” la mia vita e non perchè sia particolarmente interessante, tutt’altro, solo perchè, lo ribadisco, se ce ne fosse bisogno (ma credo di no XD)…. dono della sintesi: non pervenuto!

2) La canzone che avresti voluto scrivere tu e perchè  (di Presa Blu)
Tra tutte le domande che potevo formulare sono riuscita a tirar fuori una delle domande a cui odio rispondere di più causa imbarazzo della scelta (stessa cosa accade quando mi chiedono di stilare classifiche o via dicendo…nun je la posso fa!). Ma brava! E ora? Va bene dico Creep dei Radiohead, sì, ma anche Sweet Child O’ Mine dei Guns. Sì, ma siccome in inglese sono una schiappa, avrei potuto scriverla solo in italiano…e allora dico Atto di Fede di Luciano Ligabue. Perché? Forse perch頠è una canzone che mi ricorda quanto sia importante credere e vivere ogni giorno come se fosse un atto di fede “nello sbattimento“. E ora prima che mi penta di questa scelta e trovi un’altra scusa per elencarvi altre duecentomila canzoni che avrei voluto scrivere io, passo alla terza ed ultima domanda XD

3) Fatevi una domanda e datevi una risposta. (di Cix79)

Ancora? Ma non me la sono appena fatta? E va bene allora mi domando: ti è piaciuto questo tag?

Molto, soprattutto le domande, le risposte che ho dato non tanto, perchè oggi con la testa non ci sto proprio…

E allora perchè cavolo hai risposto oggi al tag?

Uff…smettila…TROPPE DOMANDE!

Ma stai facendo tutto da sola…sei matta?

Sì, ma non più di te!

E ora dopo questo momento di ordinaria follia passo alla mia nomina che essendo un tag che richiede molta fantasia non poteva che andare ad xoxangelxox perchè ne possiede da vendere (in tutti i sensi…vedi Eclisse che vi stra-consiglio) e sono stra-sicura che con lei l’Evoluzione Tag non potrà che evolvere in meglio 😉 

Ovviamente sarei strafelice che partecipasse chiunque passi di qui perché questo tag lo trovo davvero meritevole di farsi un bel giretto su WordPress…per cui…a voi!

Mimosa

Niccolo Fabi – Mimosa

“Perché cosa non ricorderei io?

Presa blu non sapeva cosa rispondere. L’aveva lanciata lei quell’accusa, eppure nel momento esatto in cui l’aveva pronunciata aveva sperato con tutto il cuore di potere essere smentita.

E così era stato.

Mr. Vain ricordava tutto, ma proprio tutto, come lo ricordava lei. Come se quei tre anni, quasi quattro secondo Presa Blu, non fossero mai passati.

Erano riusciti a battibeccare pure su quello, su quanto tempo fosse passato, ma quando Mr. Vain le aveva fatto presente che ricordava benissimo l’anno in cui aveva combinato “quel casino” perché era stato lo stesso anno della dipartita di suo papà, lei non aveva più controbattuto.

In fondo non era mai stata un asso in matematica e per quanto avesse esordito piccata con il suo “quasi quattro, se la matematica non è un’opinione…“, quando lui le aveva dato quella risposta aveva taciuto, rendendosi conto di aver fatto male i conti.

E soprattutto era rimasta gelata: dannazione quelle parole facevano ancora male.

Il “casino” e la morte del padre: eventi che si erano succeduti in una sequenza di tempo troppo ravvicinata perché lei non ci trovasse un nesso inequivocabile. Non poteva non considerarlo, anche se chi le stava vicino le aveva ripetuto più volte che il suo comportamento non andava in alcun modo giustificato, né tantomeno perdonato.

Eppure, a distanza di tre anni di silenzio, sebbene Mr. Vain pensasse di essere l’unico a sentirsi in colpa e a doversi ancora scusare per il suo inqualificabile comportamento, non era il solo.

Anche Presa Blu si sentiva terribilmente in colpa per non essergli stata vicino e nonostante la rabbia, l’orgoglio ferito, la profonda delusione, quello che l’aveva ferita di più forse era stato il suo stesso implacabile senso di colpa.

Quel giorno, dopo quasi quattro anni di silenzio, non gli disse nulla.

Rimase lì ad ascoltare scuse e a rinfacciare errori, continuando a ripetergli e a ripetere a se stessa, come fosse un ritornello imparato a memoria, che lui non poteva più nuocerle, che le risposte che cercava se le era date da sola, perché da sola aveva dovuto ricominciare.

Mentiva. A lui e a se stessa.

Aveva ancora bisogno di quelle scuse e, soprattutto, aveva bisogno di essere perdonata anche lei. Per le sue diffidenze, per la sua intransigenza e soprattutto per tutte le sue paralizzanti paure.

Il giorno in cui il mondo di Mr. Vain era crollato sulle sue spalle di finto supereroe, Presa Blu non aveva fatto nulla.

Non era riuscita a dire nulla e soprattutto non era corsa da lui.

Quel mattino di pioggia, “in anni di pioggia”, quando lui le aveva telefonato per metterla al corrente, aveva, persino, esitato prima di rispondere, limitandosi a fissare il cellulare che squillava tra le sue mani tremanti.

Lo aveva lasciato squillare un bel pò prima di decidersi a rispondere, terrorizzata, perché in cuor suo già sapeva cosa lui le avrebbe detto e in risposta a quelle parole non c’erano parole che potessero andar bene.

A volte le parole non possono nulla, ma proprio nulla. Forse qualcosa, molto poco, ma pur sempre qualcosa, possono gli abbracci, la presenza, gli occhi, le mani. È poco, pochissimo, una goccia di amore che annega in un mare di dolore, ma è pur sempre qualcosa.

Le parole, invece, a volte non restituiscono niente, neanche una goccia d’amore in un mare di dolore.

Sono solo parole e rimangono vuote, se restano sole.

In certi momenti contano solo i gesti, le mani che stringono mani, gli abbracci che sostengono chi vorrebbe solo lasciarsi andare, perché il piccolo mondo è crollato e con esso la stupida maschera da eroe.

Parlò poco, cercando di far parlare lui, ma la sua voce fredda e dura disse poco e tagliò corto. No, lei non doveva andare e non poteva fare assolutamente nulla, perché nulla ormai c’era da fare. Lei provò a dire qualcosa, ma le sue parole le suonarono come di circostanza. Improvvisamente si era sentita come un’estranea e non capiva di chi dei due fosse la colpa.

Rimasero d’accordo di sentirsi quella sera, ma quella sera lei non lo aveva richiamato e senza dirgli nulla, era andata in chiesa, da sola, e aveva pregato. E quel gesto le era sembrato, persino, importante perché fatto a sua insaputa, trascinandosi lì con la febbre altissima, mentre fuori diluviava. Così come le era sembrato importante e di grande sensibilità da parte sua, decidere di non raccontargli nulla il giorno prima, quando nella corsa cieca e disperata verso il veterinario, il suo coniglietto le era morto tra le mani.

Non aveva mai toccato la morte con mano. Aveva avuto delle perdite, alcune anche importanti, ma non aveva mai visto la morte così da vicino. Sentirsi inutile e impotente, mentre un piccolo essere va via tra le tue mani. Quel dolore le aveva straziato il cuore in un modo che non aveva mai provato prima d’ora…non riusciva a smettere di piangere…ma…poteva chiamarlo?

Sfogarsi con lui che stava combattendo contro se stesso, in quei giorni terribili in cui non aveva neanche la forza di andare in ospedale ad affrontare quello che ormai sapeva inevitabile?

Quel piccolo, gigante dolore poteva mai essere condiviso con chi sta per affrontarne uno incommensurabilmente più grande?

Il giorno dopo, quando quella telefonata senza una sola lacrima da entrambe le parti, l’aveva lasciata impietrita, aveva capito quanto fosse stata egoista solo ad averlo pensato. E, soprattutto, si rese conto di quanto fosse codarda.

La verità era che anche in un momento del genere le era mancato il coraggio. La paura di non essere voluta, di essere inopportuna e le altre sue paure inconfessabili avevano, ancora una volta, avuto la meglio. No, non era Mr. Vain con il suo “casino”, il solo a dover chiedere scusa.

Gli errori li avevano fatti entrambi.

É sempre così quando finisce una storia d’amore, pensò.

La colpa non è mai da una parte sola e soprattutto che senso ha parlare di colpe?

Sospirò e penso ancora una volta a quella canzone di Niccolò Fabi che proprio Mr. Vain in tempi non sospetti le aveva fatto ascoltare.

La cercò nella libreria multimediale e cliccò su play mentre una lacrima silenziosa le rigava il viso.

Il silenzio imbarazzato
di chi sa di non tornare
la lasciò senza parole.
Della porta che si chiuse
non sentì neanche il rumore
tanto forte era il suono del suo rancore.
Per guardarsi nello specchio
mise l’abito migliore
perché fosse più elegante il suo dolore.
Da quello che le ha sputato addosso
perché non ha detto
perché non ha fatto
ora si sente soffocare.
Quando si comincia a recriminare
è il momento in cui si sta per sparire.

Mimosa
bella
riposa
che il sogno
ti dona

Così pensò al loro primo incontro
alla magia di quell’incanto
alla sua gioia elementare
alle grida di piacere
soffocate dal cuscino
quando un gesto primitivo
si fa divino
e a quella esaltazione del presente
di un amore che ancora non ti ha chiesto niente
niente da sacrificare.
poi del lasciarsi il solito rituale
dove ogni uomo diventa così banale.

Mimosa
bella
riposa
che il sogno
ti dona

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Come infallibili cecchini

 

É nel bel mezzo
di un pigro pomeriggio
di una Domenica estiva qualunque
che navigando tra le stazioni radio
mi imbatto in quella canzone.
Punta al mio cuore,
dritta e tagliente come una lama
e non c’è modo di schivarne il colpo.
Certe canzoni, come i ricordi,
sono infallibili cecchini.

Protection – Massive Attack

Le parole ritrovate

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Mr. Vain: “Non bisogna vergognarsi di nulla… Le cazzate si fanno, certo… Ma attraverso le cazzate e gli errori si arriva ad ottenere quello che si vuole…”
 
P.B. “Io lo so cosa voglio e anche tu lo sai..lo so da circa sette anni cosa voglio, ma allo stesso tempo so che non posso averlo”.
Questo è quello che avrei voluto risponderti.
E nella mia testa al posto del silenzio, seguito al mio insensato sbotto di rabbia e al vittimismo dopo il tuo “Pensa solo a stare calma… Nei limiti del possibile…”…beh, dicevo, nella mia testa la conversazione  è continuata.
È continuata con te che cadi dalle nuvole e mi domandi “E cosa vuoi sentiamo?” e con me che dò libero sfogo a tutto quello che porto dentro da un pezzo.
Ed è stato come liberare delle belve feroci, da anni ed anni costrette in cattività. Come aprire le celle del carcere  più malfamato…”Forza ragazzi tutti fuori..ora è finita..nel bene o nel male, è finita!”.
E così ho cominciato a dirti tutte le parole che non ti ho detto in tutti questi anni. Le parole trattenute, quelle sussurrate quando ero certa che dormissi, quelle dette fra i denti qualche volta che stavamo discutendo e non mi sentivi perché la tua voce sovrastava la mia, le parole codarde che si nascondevano dietro un “Nulla” in risposta al tuo “Cosa hai detto?”
Parole frustrate, fatte a pezzi da anni di incomprensioni e di amore silenzioso, di amore non detto, di amore vissuto col freno a mano, con il cuore sul “chivalà”, sempre pronto a far fare il cambio della guardia a sentinelle troppo scrupolose. Sentinelle che di rado, fin troppo di rado, schiacciavano un pisolino per farti dare una sbirciatina..ma solo un pò..soltanto un pò: quel poco che di certo non bastava a farti capire che al centro del mio cuore c’eri tu…e che forse…c’eri sempre stato..TU.

Ovunque tu

E ricordo che mi emozionavo fino a svenire. Eri capace di farmi perdere i sensi per il desiderio. Il desiderio di perdermi completamente e di non sapere più chi fossi per diventare insieme a te altro. Perdere me dentro te per diventare finalmente  NOI. A volte perdere se stessi è l’unico modo per ritrovarsi veramente.

Dentro uno sguardo, un sorriso un’emozione perdersi per ritrovarsi ancora. Il tuo corpo era per me paradiso inesplorato ed eri in grado tu solo di portarmi veramente altrove.
Altrove. Ma ovunque con te.